Giorni fa, nei commenti, ho parlato dei miei genitori. Ho pensato oggi di farveli conoscere e di presentarveli così com'erano da giovani. Qui li vediamo nel luglio del 1940 ritratti, sul lungomare di Rimini, durante il viaggio di nozze. (La foto è tratta da una pagina dal sito www.adamoli.org curato con grande sapienza, gusto e inventiva da Federico Adamoli.)

Mia madre Diana Adamoli, detta Dina, (Teramo 1913-1997), a fronte dell'aspetto dolce e delicato, è stata una severissima professoressa di lettere. Timida e introversa, ma non fragile, condusse sempre una vita molto riservata: casa e scuola. Ma di lei parlerò un'altra volta.
Mio padre, Carlo Eugeni (Ascoli Piceno 1911 - Teramo 1999), è stato invece un personaggio pubblico, molto conosciuto in Abruzzo. Ho già detto del vocione, della faccia tosta e delle performance come speaker, prima con il megafono a imbuto e poi nella cabina di vetro, come Carosio.
Da Ascoli Piceno dov'era nato, si trasferì a Roma per frequentare l'Accademia; dal 1934, sia pure con qualche periodo di stop dovuto a varie guerre, visse a Teramo per lavoro.
Fu insegnante di educazione fisica, allenatore di Atletica leggera nella Libertas D'Alessandro di Teramo, talent-scout d'eccezione (il grande velocista Giuseppe Mancia lo ha ricordato in una sua recente intervista); come dirigente sportivo occupò cariche provinciali e regionali nel Coni, nella Fidal, nel Gruppo giudici gare, nella Federazione cronometristi.
Nella veste di giudice internazionale fu impegnato nelle giurie del "settore lanci" alle Olimpiadi di Roma del 1960. Appare più volte nelle inquadrature del film "La grande olimpiade".
Andato in pensione realizzò un noto volume di storia dell'atletica abruzzese, raccontata attraverso i 50 migliori risultati di ogni specialità. Il risultato era ciò che più lo emozionava: l'uomo che supera sé stesso. Tempi e misure erano il principale argomento delle sue storie di sport.
Come disegnatore e calligrafo, realizzò magliette, diplomi e anche qualche marchio di negozio (sempre gratutitamente): purtroppo niente si è conservato dei suoi lavori grafici. Nel tempo libero collezionava francobolli, leggeva romanzi oppure libri di storia e geografia: aveva in testa una linea del tempo e una mappa del mondo raffinatissime.
Dal padre e dalla nonna (l'ascolana Clotilde Meletti) aveva ereditato vaste conoscenze in campo gastronomico: le olive fritte, la galantina, la lavorazione del maiale ma anche le teramanissime mazzarelle erano le sue specialità in cucina.
A 75 anni suonati, senza alcun imbarazzo, sembrava quasi pavoneggiarsi davanti all'obiettivo del fotografo della clinica dove era ricoverato e che doveva documentare, centimetro per centimetro, lo stato della sua pelle. Durante una lunghissima malattia stupì i medici per la sua resistenza: il suo caso fu argomento di comunicazione in un congresso internazionale di dermatologia.
Quando morì, all'età di 88 anni, eravamo con lui, figli e nuore: fosse stato lucido in quel momento, si sarebbe vantato della nostra presenza al suo fianco più che di ogni altro merito della sua vita.
Non andavamo molto d'accordo: è stato difficile per me averlo come padre e difficile per lui avere me come figlio.