da: La figlia di Jorio, di Gabriele D'Annunzio
da: Atto Primo, Scena Prima
ORNELLA: Tonta e pitonta,
la pecora pel monte
il lupo per la piana
va cercando l'avellana,
l'avellana pistacchina:
questa sposa è mattutina,
mattutina come la talpa
che si leva all'alba all'alba,
come il ghiro e il tasso cane.
Senti senti la campana!
(Ella dirà la cantilena rapidamente;
poi romperà in un gran riso e le altre rideranno con lei)
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Atto Primo: Scena seconda
Dall'usciuolo entrerà la madre loro, Candia della Leonessa.
CANDIA DELLA LEONESSA: Ah cicale, mie cicale,
una a furia di cantare
è scoppiata in cima al pioppo.
Or non cantano più i galli
a destar chi dorme troppo.
Ora cantan le cicale,
tre cicale di mezzogiorno,
che m'han preso un uscio chiuso
per un albero di fronda!
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CANDIA: Carne mia viva, ti tocco la fronte
con questo pane di pura farina
intriso nella madia che ha cent'anni
nata prima di te, prima di me
spianato sopra l'asse che ha cent'anni
da queste mani che t'hanno tenuto.
Io ti tocco la fronte che sia chiara,
ti tocco il petto che sia senz'affanni,
e questa spalla ti tocco e quest'altra
che ti reggan le braccia alla fatica
e la tua donna vi posi la gota.
E che Cristo ti parli e che tu l'oda!
(Con un panello la madre farà il segno della croce
sul figlio che sarà caduto in ginocchio dinanzi a lei)
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Scena quarta
Le donne porteranno sul capo una canestra di grano adorna di nastri variati e sul grano un pane e fitto nel pane un fiore. Ornella e Favetta prenderanno le estremità della banda vermiglia, cui rimarran poggiati il bidente forbito e la conocchia col pennecchio; e le terranno in pugno a precludere il passo.
TEÒDULA DI CINZIO: Ohé, chi guarda il ponte?
FAVETTA E ORNELLA: Amore e Ciecamore.
TEÒDULA: Io passare lo voglio.
FAVETTA: Voler non è valore.
TEÒDULA: Ho pur passato il monte,
ho pur passato il piano.
ORNELLA: La piena ha rotto il ponte,
il fiume va lontano.
TEÒDULA: Passami con la barca.
FAVETTA: La barca mi fa acqua.
TEÒDULA: Ti do io stoppa e pece.
ORNELLA: La barca ha sette falle.
TEÒDULA: Ti do sette tornesi.
Passami con le spalle.
FAVETTA: No, no, non mi conviene.
E dell'acqua ho pavento.
TEÒDULA: Passami con le schiene.
Ti do un tarì d'argento.
ORNELLA: È poco: otto baiocchi.
Non basta pel ristoro.
TEÒDULA: Su, nùdati i ginocchi.
Ti do un ducato d'oro.
(La donna darà una moneta a Ornella, che la riceverà nella palma sinistra, mentre le altre portatrici di canestre sopraggiunte si aduneranno sul limitare.
I due sposi resteranno seduti su i trespoli aspettando in silenzio.
Candia e Splendore esciranno dalla stanza nuziale).
ORNELLA E FAVETTA: Passate, Signoria,
con vostra compagnia.
(Ornella riporrà in seno il tributo e toglierà la conocchia. Favetta toglierà il bidente, poggiando contro gli stipiti i due emblemi rurali. Ornella trarrà verso di sé la cintura che, agitata, serpeggerà nell'aria come un vessilletto. Le donatrici entreranno l'una dopo l'altra, in fila, con le canestre sul capo).
Due fotografie aeree del centro storico di Teramo
1926-27 e 1934 ca.

Veduta aerea del largo di San Bartolomeo a Teramo, 1926-27
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Veduta aerea del largo San Bartolomeo e della Cattedrale a Teramo, 1934ca.
cliccando sull'immagine si visualizza la foto ingrandita
La famiglia Rosati, originaria di Ponzano di Civitella del Tronto, è conosciuta soprattutto per l'opera di due suoi esponenti, Pietro e Vincenzo.
Pietro Rosati (1834-1915), barnabita, fu singolare figura di poeta e scienziato, fondatore a Bologna, nel collegio San Luigi Gonzaga, di quel Museo zoologico e mineralogico che ancora oggi porta il suo nome;
Vincenzo Rosati (1859-1943), fu ingegnere, pittore, archeologo; fondatore e direttore di numerose scuole di Arti e Mestieri, in Italia e all'estero.
Numerosi sono gli studi e le pubblicazioni recenti sui due personaggi:
Fotografie della collezione Rosati, a cura di Fausto Eugeni, Gaetano Ronchi, Renata Ronchi, Sant'Atto di Teramo, Edigrafital, 2004;
Renata Ronchi, Vincenzo Rosati educatore e artista, in "Notizie dalla Delfico", 2005, n.3, pp.22-61;
Renata Ronchi, Personaggi e ambienti del mondo contadino abruzzese nei dipinti di Vincenzo Rosati, in "Aprutium", 2001 [sic, ma 2006], nn.1-3, pp.245-254.
Un profilo bio-bibliografico di Pietro Rosati, come noto, fu realizzato da Raffaele Aurini all'interno del Dizionario bibliografico della Gente d'Abruzzo, nel 1973, ristampato da Andromeda nel 2002; è ora in stampa a cura della stessa editrice Andromeda, il nuovo Dizionario Gente d'Abruzzo all'interno del quale verrano pubblicate le voci bio-bibliografiche dei Rosati, relative non solo a Pietro (aggiornamento), e a Vincenzo ma anche a Giovanni, tanto straordinario quanto misconosciuto poeta dialettale al quale soprattutto questo breve post è dedicato.
Giovanni Rosati (1836-1915), poeta raffinato, capace di produrre versi in latino come anche nel colorito dialetto di Ponzano; era fratello di Pietro e padre di Vincenzo.
Pubblicò in vita una deliziosa accolta di versi dal titolo Lu Rubecò di Penzà, Catanzaro, 1914. Fu inoltre tra i componenti del Decurionato di Civitella che firmò "l'adesione all'Italia unita". Lasciò, inedita, una memoria dell'assedio alla fortezza che, si spera, possa essere al più presto data alle stampe.
Di prossima pubblicazione inoltre è una nuova raccolta delle sue poesie che Renata Ronchi sta curando e che darà conto dell'intera sua produzione poetica edita e inedita.
La padronanza della metrica, l'arguzia e, al tempo stesso, la sensibilità del suo poetare si evidenziano nel bel componimento che qui pubblichiamo, tratto da Lu Rubecò (il fiume) di Penzà (di Ponzano):
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Pe defesa
Hai settantaquattr'anni, e anco' nsi sa
Quanne Domineddio mi fa morì;
I' spero fino a cienti d'arrivà,
Ma sarebbe quasci ora di partì.
Finchè stengo a stu munne, vuoi magnà,
Vuoi veve lu vi' bone, e vuoi dormì;
Finchè tengo lu fiato vuoi cantà,
E finché pozzo mi vuoi divertì.
Tu, ntanto, o Morte, arrota lu faggiò,
E quanne je' chiamata allora vie';
Nci serve cerimonie fra di nu.
Tu je' mpuò traditora ... ma dapuò ...
Statti arrete pe mo; pensi ì pe te! ...
T'arigalo nu pare di capù!...
(1910)
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Per difesa
Ho settantaquattro anni e ancora non si sa
Quando il Signore Dio mi farà morire
Io spero di arrivare fino ai cento
Ma sarebbe quasi ora di partire.
Finchè vivo, voglio mangiare
Voglio bere vino buono, e voglio dormire
Finchè ho fiato voglio cantare
E fino a quando posso mi voglio divertire.
Tu, intanto, o Morte, arrota la falce
E vieni solo quando sarai chiamata
Non c'è bisogno di cerimonie tra di noi.
Tu sei un po' traditrice, ma più tardi …
Per ora stai indietro, ci penso io per te!
Un paio di capponi ti regalo.
(1910)
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Inserto speciale,
Le foto più antiche di Campli,
a cura di Nicolino Farina
Vediamo due delle undici
stereoviews di Gianfrancesco Nardi,
pubblicate e commentate da Nicolino Farina
nell'inserto speciale di "Campli Nostra Notizie":
Gianfrancesco Nardi, Porta angioina a Campli, stereoviews, 1863-1868
"La sagoma della Porta Angioina è inconfondibile ... unica rimasta delle dieci del sistema difensivo della Città. ... realizzata intorno al 1371 ... si notano due piloni in primo piano ... Di queste strutture, resti di un originario grande arco, non si hanno ricordi tramandati, per questo l'immagine fotografica risulta strordinariamente importante per la città farnese. ...
I due piloni non sono altro che i resti dell'Arco Trionfale fatto costruire nel 1542 per Margherita d'Austria nella sua prima visita a Campli."
(Nicolino Farina)
Gianfrancesco Nardi, Vacche al giogo con bambina in groppa, stereoviews, 1863-1868
"Probabilmente le mucche sono quelle di qualche podere dei Rozzi. ... Interessante è la bambina sulla groppa di una delle mucche che richiama fortemente quel rito ancestrale praticato a San Zopito dove un bue con una bambina sulla groppa poggia un ginocchio a terra al passaggio della statua processionale del santo. Da notare come la ragazza cavalca la mucca non "a pelo" ma sulla giacca dell'uomo che tiene a capezzo la coppia di quadrupedi ... Una forma di rispetto dell'igiene che lascia capire le straordinarie qualità di vita, se pur povera, del mondo contadino".
(Nicolino Farina)